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L’illuminante articolo del Professor Giuseppe Berta

Dottor Antonio Romano - Ven, 23/12/2011 - 11:50

Ho letto con estremo piacere sul Mattino di Napoli del 21 dicembre 2011 l’interessante articolo del Professor Giuseppe Berta della Bocconi di Milano, intitolato

La controversia sul mercato del lavoro e che trovate al seguente LINK

Apprezzo molto il lavoro di ricerca e di diffusione del professor Berta del quale ho avuto modo di leggere i seguenti lavori:

L’imprenditore – Un enigma fra economia e storia

Nord – Dal triangolo industriale alla megalopoli padana 1950 -2000

Dell’articolo comparso sul Mattino ho apprezzato molto il passaggio relativo ai vincoli che l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori pone alla crescita delle imprese.

Più volte su questo blog abbiamo parlato di questo argomento. La crescita dimensionale delle imprese non è soltanto un modo per creare nuova occupazione, è anche un modo per rendere più competitive le imprese sui mercati internazionali, un modo per consentire alle aziende di raggiungere la struttura di costo ottimale, un modo per consentire alle imprese di fare ricerca ed investimenti in tecnologia che si tradurrebbero in una maggiore produttività del fattore lavoro ed in definitiva una sua maggiore remunerazione.

E’ evidente che la politica ostruzionistica ed antimodernista di una parte del sindacato italiano è finalizzata a difendere l’aristocrazia del lavoro ancora presente nel nostro paese e ad alimentare ulteriormente la struttura duale del mercato del lavoro, allo scopo di indebolire ulteriormente le giovani generazioni. E’ ora ormai che certa parte del sindacato faccia una cosa santa: ANDARE A CASA!!!


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Riflessioni a margine del libro “La società imprenditoriale” di David Audretsch

Dottor Antonio Romano - Mer, 16/11/2011 - 17:33

La “Società Imprenditoriale” del professor David Audretsch dell’Università dell’Indiana è uno di quei libri preziosi che uno dovrebbe leggere mille volte e quasi imparare a memoria. Quei libri che aprono la mente e che ispirano le persone di buona volontà nella ricerca delle soluzioni ai problemi legati allo sviluppo di impresa, allo sviluppo economico ed umano in generale. L’autore realizza un’analisi dettagliata dell’evoluzione storica dei modelli economici e sociali occidentali dal secondo dopoguerra ad oggi. Sono descritte sapientemente le differenze fra quel che l’autore chiama Economia Controllata e la Società Imprenditoriale.

 

Il primo modello è caratterizzato dalla preminenza dello stato, da un modello di organizzazione del lavoro centrato sulla grande impresa, e sull’apprezzamento del conformismo nei comportamenti sul lavoro. Il secondo modello, che l’autore  auspica possa realizzarsi in pieno, è invece caratterizzato dalla centralità dell’imprenditorialità come fattore capace di creare nuove opportunità di vita e di lavoro in uno scenario economico globale, e dall’importanza della creatività e dell’intelligenza emotiva negli ambienti di lavoro.

Leggendo il libro è inevitabile fare i paralleli o ricercare le analogie con la situazione italiana in generale e con molte vertenze industriali che hanno interessato l’Italia negli ultimi anni. La cosa che diventa molto chiara è che gran parte del mancato sviluppo italiano non è tanto dovuto alla mancanza di risorse, all’assenza di serie politiche economiche ed industriali, ma al voler perseguire un modello di relazioni sindacali ed industriali che non stanno più in piedi, frutto di una mentalità deleteria dominante che proprio non vuole morire. Se certamente è da privilegiare un modello economico che favorisca la concertazione fra le parti grazie all’azione mediatrice del governo, non è più auspicabile che tale azione sia fatta in modo da conservare lo status quo penalizzando le forze sociali nuove del paese che, pur non essendo rappresentate o sindacalizzate, rappresentano in realtà la novità che può risolvere il problema della creazione di ricchezza nuova e vera e della creazione di posti di lavoro.

La onnipresenza dello stato in economia, non solo distorce l’ottima allocazione delle risorse fra i diversi operatori economici, ma non consente l’emersione delle forze vive del paese. Possiamo con certezza affermare che la cultura statalista ha negli ultimi decenni spento per sempre gli spiriti animali di keynesiana memoria che sono l’elemento vitale di ogni economia sana. Un problema quindi culturale e sociale, prima che economico.

 

La Società imprenditoriale rappresenta la punta più avanzata dell’evoluzione della società occidentale ma pone grosse questioni per la gestione della stabilità economica e dell’equità sociale: il modello presenta anche grosse opportunità di sviluppo per gli individui, le comunità, le macroaree regionali. E’ più volte sottolineato il fatto che nell’economia globale la centralità è nelle aree regionali che sanno combinare in maniera nuova e vincente fattori produttivi quali la ricerca scientifica privata e pubblica, l’imprenditorialità, i capitali di rischio. In questo modo la Silicon Valley, laRoute 128 a Boston, il Researcg Triangle Park in North Carolina si sono affermati come come agenti globali dello sviluppo, come creatori di nuova ricchezza e di nuovi posti di lavoro. Le uniche possibilità di crescita per l’Occidente risiedono nella possibilità che l’imprenditorialità possa rompere gli schemi mentali ed organizzativi che non consentono il pieno sfruttamento commerciale dei risultati della ricerca scientifica, ambito nel quale l’Occidente presenta un vantaggio comparato dinamico difficilmente raggiungibile. Pensando ai casi citati nel libro a proposito dello sviluppo economico trainato dai centri di ricerca, risulta evidente che l’esempio più vicino a noi è sicuramente il Biogem di Ariano Irpino.

Quel che ai più può apparire una cattedrale nel deserto o una struttura avulsa dal territorio deve pesantemente ricredersi perché negli ultimi 20 anni, strutture simili in America hanno rappresentato non solo motori di sviluppo a livello globale ma anche l’unica opportunità che interi territoriali marginali uscissero dall’isolamento e divenissero aree di eccellenza a livello planetario.

Diventa chiaro a molti che oggi il nuovo paradigma dello sviluppo economico può prescindere dall’azione favorevole di enti territoriali avversi, come può essere da noi la Regione Campania. Se alcuni territori interni come l’Irpinia sanno di poter interloquire con i maggiori player mondiali a prescindere dal supporto dei governi provinciali, regionali, nazionali la prerogativa dello sviluppo economico non è più di competenza degli organi pubblici che pur sono deposti all’esercizio di questa funzione, ma diventa prerogativa di chi attraverso lo spirito imprenditoriale riesce a cogliere l’opportunità che il mercato globale minuto per minuto offre. Diceva Bill Clinton: “ It’s the economy, stupid!” Vogliamo o no metterci tutti insieme per elaborare insieme delle proposte di impresa che possano divenire sviluppo economico di lungo periodo? Le risorse nel territorio penso che ci siano: basta solo coordinarle.


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Articolo Ottopagine dell’8 Novembre 2011

Dottor Antonio Romano - Mar, 08/11/2011 - 10:54

 

 

Sono davvero molto contento per questo articolo. Testimonia la presenza sul mio territorio con il cuore e con la mente, anche se poi il lavoro corre sulla rete ovunque per l’Italia.

Questo voglio che possa essere il senso dei nostri tempi: lavorare ovunque senza muoversi da casa.

Grazie di cuore a Monica Di Benedetto, giornalista di Ottopagine.


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